Usi e costumi: una testimonianza

Per quanto riguarda gli aspetti legati alla vita quotidiana, una descrizione della situazione delle famiglie, dei costumi, delle usanze del primo novecento ci è stata lasciata da Maria Miazzi nel suo già più volte citato dattiloscritto “Cenni storici di Corte di Piove di Sacco” . Si tratta di un testo redatto attorno agli anni ’40 che riteniamo interessante e che presentiamo così, liberamente estrapolato dal testo originale , quasi fosse una testimonianza diretta.

 Vita quotidiana

«I nonni fino a poco tempo fa portavano all’orecchio sinistro un cerchietto d’oro come ornamento e la moglie dava del “Voi” al marito e così i figli ai genitori. Usano ancora in molte famiglie disagiate all’inverno, fare due soli pasti al giorno: si alzano tardi e mangiano verso le 10 a poi verso le 16. »

«Il loro nutrimento viene fatto con cibi molto semplici: minestroni di verdure, molti fagioli, i più hanno il loro maialino. C’e anche la passione per la pesca. Molti vanno a pescare nelle val¬li anguille, lucci, raine, tinche; altri cercano le trote della Brenta e le rane numerose nei canali e nei fossi. Alla fine d’autunno e nelle lunghe giornate d’inverno, quando ancora c’e il vin nuovo e le zucche, i contadini riposano dalle rudi fatiche conversando, motteggiando e prendendo qualche solenne bertuccia. Alla sera poi si raccolgono nelle stalle ove fanno i lunghi filò fumando la pipe. La salute fisica degli abitanti è buona; in generale essi sono robu¬sti a forti. Le famiglie sono ben formate e moralmente sane, anche perchè di semplici costumi. Ci sono ancora le buone famiglie patriarcali dove in nonni, figli e nipoti vivono in buona armonia. Sentita da tutti e la religiosità, buona la costumatezza, quasi nulla la delinquenza. Di ricchi veramente ricchi non ce ne sono: poche sono anche le famiglie veramente agiate; i contadini sono tutti pressa poco della stessa condizione; vivono con il frutto dei loro campi e i più non sprecano perché non ne hanno di avanzo. L’unico divertimento degli uomini e una partita alle carte o alle bocce e magari anche un bicchiere piu del solito. E c’è sempre alla domenica qualcuno che torna cantando».

Fidanzamento e matrimonio

«Fino a pochi anni fa le donne filavano il lino e la canapa e i fidanzati regalavano alla loro amata il “fermaglio” cioè il cerchietto che serviva per tenere la rocca e i più ricchi lo compravano d’argento adornandolo con una medaglia. In ogni casa c’era il telaio e tutte le donne sapevano tessere e le doti delle spose erano tutte di lino e canapa lavorate dalle loro mani. Caratteristico è il trasporto della dote della casa della promessa sposa a quella dello sposo. Viene fatto con il carro tirato da uno o due cavalli o quattro vacche, tutti fioriti e portanti dei campanelli. Sopra la testa hanno un pennacchio con tre fazzoletti grandi dei colori vistosi che vengono regalati al conducente. Lo sposo segue pomposo il carro […]. Un altro giovanotto suona uno strumento. Il giorno delle nozze molta gente viene a vedere per ricevere i confetti: il corteo e accompagnato dall’armonica.»

 Le feste religiose

«I Cortensi amano assai la loro chiesa e sono lieti di poterla abbellire e la frequentano ogni mattina ad ascoltarvi la S. Messa anche nel più credo inverno. Nelle domeniche poi la chiesa è stipata con grande conforto dei Sacerdoti. Oltre alle feste ecclesiastiche comuni, i cortensi ne celebrano anche altre. Il 21 dicembre, festa di S. Tommaso patrono della chiesa, è una grande solennità con Messa cantata e funzioni come nei giorni più grandi. Il 15 agosto, si festeggia la Madonna di Righe. E’ la famosa sagra di quella contrada, la sagra cosi detta “delle angurie”, perchè in quel giorno non si vedono altro che grandi mucchi di questi grossi frutti. Ed è caratteristico vedere la gente tornare dalla Messa con sotto il braccio la tradizionale “anguria”. Verso sera attorno alla chiesetta si raccoglie tanto popolo che a stento si può passare. Ma la vera sagra del paese si fa il giorno di Pentecoste. Non si sa per qual ragione sia fatta in questa solennità anziché nella festa di S. Tommaso che e il patrono del paese. Forse le ragioni sono due: prima perchè la festa del patrono cade il 21 dicembre, quindi in un tempo poco adatto per star fiori; secondo perché anticamente ci deve essere stata a Corte una grande devozione allo Spi¬rito Santo. Ce lo fa supporre la “pala” della vecchia chiesa posta dietro l’altare maggiore raffigurante la distesa dello Spirito Santo».

«A Natale compagnie di giovanotti girano a sera tardi per il paese cantando la ciara stella. Per tre sere di seguito, cominciando dalla vigilia dell’Epifania, i contadini usano fare la “barola” e dicono che così illuminano la via ai Re Magi per arrivare al presepio di Gesù. Preparano un lungo palo e legano ad esso paglia, canna fascine od altro e poi quando tutto e buio lo accendono agitandolo qua e là. Vanno in giro le faville e tutto intorno è un gran chiarore; i bimbi si divertono a gridare “viva la barola”. Di questi fuochi in quelle sere se ne vedono da tutte le parti e i piccoli pensano ai Re Magi con la lunga barba che vanno verso il presepio di Gesù.»

«Il Sabato Santo le donne puliscono i rami e gli utensili di cucina e quando suona il Gloria si bagnano gli occhi di acqua Benedetta e prendono i bambini lattanti e fanno loro attraversare la strada, perchè, così dicono, cominceranno più presto a camminare da soli. E gli uomini specialmente anni addietro andavano a gara a chi sapeva sparare meglio e i bimbi in chiesa suonano a distesa i loro campanelli, che con fatica hanno tenuti nelle tasche. E che dire del Venerdi Santo? La sera di quel giorno […] all’uscir della processione che è una specie di fiaccolata, tutte le case si illuminano di migliaia di luci, splendenti sui davanzali oppure disposti in forma di Croce. Lungo tutto il percorso, dalla piazza alla Brenta, anni addietro ardevano i famosi “palloni” costruiti durante tutto l’inverno da un buon vecchietto del paese, chiamato “Fanfriche”. Ora egli è morto e i palloni sono pochi. Ci voleva la sua pazienza di mesi per far godere il magnifico spettacolo. I bimbi hanno tutti una “racoletta” (raganella) costruita apposta dai loro babbi a vanno a gara a chi sa suonarla più forte. Cantano i cantori inni alla Croce e gruppi di ragazze rispondono in coro. A primavera inoltrata, abbiamo la processione delle Rogazioni. […]. Ogni tanto il sacerdote si ferma a benedire perchè si trovano qua a là altari costruiti dai contadini e adornati con tutti i quadri della casa e con i copriletti più appariscenti e vicino mazzi di croci di legno che si ha poi grande cura di piantare nei campi perchè i raccolti siano buoni. In un angolo dell’altare svolazzano un paio di colombi legati con nastri e fiori o pollastrine novelle, come dono ai sacerdoti».

«In gennaio, il giorno di S. Bovo, viene fatta la processione fino alla Brenta e la benedizione degli animali. Anni addietro si usava far uscire in quel momento tutti gli animali dalle stalle e molti li portavano proprio in piazza».

La comunità

«Bello è il senso di fratellanza che esiste in molti. Aiutano infatti nei lavori più difficili: “si danno una mano” come dicono lo¬ro, e se sanno di qualche caso pietoso sono pronti ad andare incontro… E non parliamo quando si tratta di lavorare per la chiesa o per le opere di culto; si abbandona tutto e si corre. Sono diversi anni dacché i contadini usano seminare un campo, mezzo o anche meno secondo il terreno che posseggono, di cinquantino per la chiesa. I lavori vengono fatti dalle buone ragazze del paese, le quali, nelle ore libere, vanno qua e là a zappare, dar la terra, raccogliere le pannocchie e tutto gratuitamente. Quest’anno fu piantato in tutti i posti liberi che restavano, olio di ricino che poi danno per la chiesa. Da diversi anni c’è pure questa usanza: ogni domenica ragazze incaricate girano per tutte le famiglie per la raccolta delle uova: ogni padrona di casa offre uno, due tre uova per la Chiesa. E due volte all’anno le buone mamme danno un pollo e tutto per i loro parrocchiani. Caratteristica è poi l’offerta dello “spigolon” delle pannocchie. In una domenica stabilita tutti i fanciulli grandi e piccoli vanno alla chiesa con in braccio uno “spigolon” talvolta più grande di loro e che essi stessi hanno avuto cura di formare raccogliendo spiga per spiga; qualche volta lo adornano di fiori. E dicono contenti che un po’ di pietre anche loro le hanno date per la nuova Chiesa».

 ©Giovanni Bissacco (testo liberamente trascritto dal volume: Corte Bona ed Optima villa del padovano)

 

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